Essere cristiani, essere religiosi, equivale ad essere fermento, ed il fermento per sua natura è sempre in piccola quantità, altrimenti guasta.

La pasta che siamo chiamati a fermentare, a far crescere, non è di per sé né buona né cattiva, anzi, siamo sicuri che, essendo creata da Dio, è fondamentalmente “cosa buona”.

La caratteristica che dobbiamo avere per essere un buon lievito è l’entusiasmo, la gioia, il fascino che attrae e contagia.

L’abbiamo ascoltato e ripetuto più volte: se le nostre parole e la nostra vita manifestano gioia e felicità, se la nostra fede si esprime in opere di bene, se l’amore verso Dio si traduce naturalmente in carità verso i fratelli, allora possiamo provocare e convincere.

Gli uomini e le donne di oggi possono sembrare indifferenti, ma spesso sono delusi, perché non riescono a trovare quella pienezza a cui ogni cuore aspira. Forse non trovano perché cercano in luoghi sbagliati, ma spesso non trovano perché individualismo, chiusura ed egoismo, impediscono anche a noi di proporre e donare.

Non erano forse piccoli e pieni di paura Maria di Nazareth, Maria di Magdala, i discepoli di Emmaus, i Dodoci? Che cosa ha dato loro la forza e il coraggio di affermare e gridare un’assurdità? Solo l’incontro con il Risorto, che tutti avevano visto morire in modo infame, e che si stava rivelando vivo, in tutto lo splendore della sua divinità, al loro sguardo.

Noi abbiamo la grazia di incontrare Gesù vivo ogni giorno: nella Parola, nell’Eucaristia, nella Chiesa, nei bambini, negli anziani, nei malati, nei poveri, nelle consorelle, nei nostri famigliari e nei nostri amici.

La certezza di questo incontro che, come duemila anni fa, avviene in una dimensione reale, fisica, corporea, ci da energia sufficiente per cambiare il mondo. E il mondo, lo abbiamo meditato durante la Quaresima, si cambia convertendo in primo luogo se stessi. Probabilmente, o quasi certamente, se non siamo lievito, se non siamo testimoni, se non siamo profeti, qualcosa dentro di noi, a livello personale, comunitario, familiare, deve cambiare.

La Chiesa, nella sua materna pedagogia, ce lo ripropone e ricorda ad ogni anno, e periodicamente durante l’Anno Liturgico.

La Pasqua – e chi vive nell’Emisfero Nord lo vede nel rifiorire della natura – è rinascita, è vita nuova, è Risurrezione, è un’occasione per fare ciò che non si è fatto finora, e per rifare ciò che non è riuscito bene. 

     

Cristo, nostra Pasqua, è risorto!

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